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Marta e gli esperti italiani in Kurdistan a regalare speranza Medico trevigiano in missione per insegnare i trapianti: «Creiamo un futuro migliore, una esperienza bellissima»

di Federico de Wolanski

TREVISO. Se un domani la popolazione del Kurdistan iracheno potrà avere una prospettiva di vita migliore lo dovrà anche a una trevigiana di... 39 anni, Marta Verna, medico del centro trapianti di midollo osseo della Clinica Pediatrica della Università Milano Bicocca, presso la “Fondazione Monza e Brianza per il bambino e la sua mamma”. Da due anni ad oggi sta seguendo in prima persona la realizzazione di un progetto sperimentale che punta ad avviare nella piccola città di Sulaymaniyah il primo centro trapianti di cellule staminali della Regione autonoma del Kurdistan, dove la popolazione è vittima di malattie che solo la più moderna trapiantologia più curare, e dove la guerra continua a ad essere una realtà vicina, anche troppo, stretto com’è tra Iraq, Siria, Turchia.

Dottoressa, era a Kirkuk qualche giorno fa, e dopo due giorni è stata invasa. E prima della sua partenza lo spazio aereo curdo è stato chiuso dall’Iraq. Una missione umanitaria ad alto rischio.

«Il problema c’è, è vero, ma non mi condiziona. Lì dove lavoriamo con gli altri medici, infermieri, tecnici di laboratorio della missione siamo al sicuro, e sappiamo di contare su un affetto locale molto forte. Poi dobbiamo sempre fare i conti con una situazione ballerina...».
In che senso?

«Con lo spazio aereo chiuso ai voli internazionali non saremmo riusciti a tonare in Kurdistan a ottobre. Avremmo dovuto attendere per mesi le pratiche per ottenere il visto. Grazie al lavoro di AVSI e all'apprezzamento per il nostro lavoro da parte dell’ambasciata irachena a Roma abbiamo ottenuto in due giorni i visti urgenti per passare attraverso Bagdad».

Che progetto è?

«È un piano di esportazione di conoscenza, diciamo così, ma senza assistenzialismo. Noi insegniamo come effettuare i trapianti, come far funzionare il centro ad alta specializzazione, formiamo il personale e lasciamo poi che siano loro a proseguire sia in termini di lavoro che di reperimento risorse».

Avete iniziato nel 2016. Oggi i risultati ci sono?

«Direi proprio di sì. Il primo trapianto è stato eseguito con successo nel giugno 2016, e ne sono seguiti altri e la squadra pediatrica ha portato a termine, nel mese di ottobre 2016, il primo trapianto in una bimba di quattro anni. Anche questo trapianto ha avuto successo e ha aperto la strada ai successivi. A oggi il Centro ha effettuato cinquanta trapianti. Numeri da struttura europea».
Medico donna in Kurdistan, come ha vissuto?

«Il Kurdistan è da sempre un melting pot di popoli e credi, c’è l’islam, il cattolico e l’ateo, la donna col velo e la donna medico. Nessuno si preoccupa, è un paese estremamente accogliente di impostazione laica. Lavoro bene».

Soddisfazioni?

«Innumerevoli, sapere di partecipare ad un progetto di questa portata è stupendo, sapere di poter contare oggi a migliorare la vita di domani penso che non abbia prezzo. E poi ci sono le storie quelle che ti permettono di andare avanti oltre la stanchezza che in una situazione simile è tanta, ve lo assicuro».

Ce ne racconta una?

«L’ultima in ordine di tempo? Un padre povero, con due figli, uno dei quali talassemico e destinato a morire. Dalla Siria è venuto a piedi in Kurdistan per salvarlo. Ha vissuto con lui in campi per migranti per settimane, è dovuto tornare indietro e ripartire perché il figlio aveva bisogno di trasfusioni e noi eravamo ancora lontani, quando alla fine è arrivato ha ammesso di non sapere nemmeno se la figlia avrebbe potuto fare da donatrice. Immagini lo sconcerto, le probabilità erano del 25%».

La fine?

«La sorella era compatibile al 100%, il trapianto è andato bene. Un’emozione unica. La storia ogni tanto fa piangere di gioia anche noi medici».
Fonte: Tribuna di treviso