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I curdi iracheni verso l’indipendenza, quelli siriani verso l’Arabia Saudita

di Matteo Zola
Il governo della regione autonoma del Kurdistan iracheno, in accordo con i principali partiti politici, ha annunciato che......

il prossimo 25 settembre si terrà un referendum per l’indipendenza della regione. La data è stata fissata durante un recente incontro a Erbil, alla presenza del presidente curdo-iracheno Massoud Barzani che, in una dichiarazione ufficiale, ha annunciato che il voto si terrà nelle tre province del Kurdistan iracheno e “in tutte le aree del Kurdistan escluse dall’amministrazione regionale”.
Il governo di Baghdad non ha ancora commentato ufficialmente ma ha invitato i politici curdi a non tenere il referendum. Anche perché l’idea di un Kurdistan indipendente è fortemente osteggiata dai paesi vicini, Turchia, Siria e soprattutto Iran, paese quest’ultimo assai vicino al governo dello sciita Haider al-Abadi, primo ministro iracheno dal 2014. Nell’orbita di Teheran gravitano poi decine di migliaia di miliziani delle Hashd al-Shaabi, formazioni paramilitari in prima linea contro l’ISIS e ben poco inclini a una partizione del paese.
L’impressione è che il presidente Barzani stia cercando di mettere pressione sul governo centrale ora che la sconfitta del cosiddetto Stato Islamico sembra avvicinarsi. I peshmerga curdi hanno combattuto aspramente contro l’ISIS occupando aree il cui controllo è rivendicato dal governo di Baghdad, come Kirkuk, Makhmour, Khanaqin, Sinjar e ampie porzioni della piana di Ninive. Tutti territori dove peshmerga e milizie appoggiate dall’Iran si contendono da tre anni il controllo del territorio. Queste città, benché poste al di fuori dei confini amministrativi del Kurdistan iracheno stabiliti dalla costituzione del 2005, saranno coinvolte nel referendum di settembre. Una dimostrazione di quali siano le ambizioni territoriali curde e cosa Barzani vorrebbe ottenere in cambio dell’impegno militare contro l’ISIS. Più che l’indipendenza, quindi, i curdi iracheni sembrano maggiormente interessati a mettere le mani avanti in vista della pace futura. Il referendum avrà quindi un valore consultivo e simbolico e difficilmente potrà portare a una reale indipendenza che, come Barzani sa bene, accrescerebbe l’instabilità regionale fornendo un precedente per l’autodeterminazione dei curdi siriani, impegnati nella costruzione di una forma statale nel Rojava.
Proprio i curdi siriani hanno recentemente compiuto una mossa che va in direzione opposta rispetto a quella dei confratelli iracheni, dichiarando la propria disponibilità a cooperare con l’Arabia Saudita, paese che finanzia il terrorismo internazionale e il fondamentalismo islamico. La decisione è maturata dopo che il governo di Ankara ha deciso di inviare soldati in Qatar. Il timore è che nonostante il veto statunitense, la Turchia approfitti dell’impegno dei curdi nell’offensiva su Raqqa, uno degli ultimi caposaldi dell’ISIS in Siria, per passare il confine e stroncare ogni velleità curda di costituire una zona di autonomia. Nel riposizionamento che anticipa la fine della guerra e la sconfitta dell’ISIS, anche i curdi devo scegliersi una parte ma, come già accaduto in passato, i curdi siriani e quelli iracheni stanno dalle parti opposte della barricata.
Fonte: East Journal