Direttore
Shorsh Surme
Shorshsurme@yahoo.it

info@hetawikurdistan.it

--------------------------


Leyla Zana
---------------------------


Regista Curdo Yilmaz Güney
**************************

Ruolo delle Donne Curde nella lotta
di Liberazione

*****************************

La questione curda non è piu'
affare di Iran e Tuchia


***************************************


I Medi: Gli antenati dei Curdi
*****************
La Campagna di Al Anfal contro i Curdi
*****************
Kurdistan dell'Iran: Crimini nel silenzio
*************************************
Perlepace.it

*************************************
Intervista con Gianni Vernetti
***************************************
In Iran non c'è solo
la questione Nucleare

************************************
Mortalità infentile:La campagna
Save The Children

*************************
D
iscorso di Obama al Cairo
*********************************
Intervista con Mirella Galletti

****************************

*******************************





 
Rivista Cuturale Curda Hetaw "Sole"
***********************


Castello di Dimdim,
epopea curda di A.Shamilov
******************




Kurdistan.Storia,
economia e risorse,
società e tradizioni,arte e cultura
di Shorsh Surme
Pendragon Editore

****************************


Il primo Dizionario Italiano - Curdo
1878 - Napoli
*****************************

Home Articoli L’ex schiava dell’Isis Lamiya lancia un appello da Trieste - FT


L’ex schiava dell’Isis Lamiya lancia un appello da Trieste - FT

di Benedetta Moro
TRIESTE. I segni indelebili li ha cicatrizzati sulla faccia. Tutta colpa di una mina. Le violenze.....

che ha subito, dopo essere passata di padrone in padrone, diventando schiava dell’Isis a soli 16 anni, Lamiya Aji Bashar non le dimenticherà mai.
Ma Lamiya, che lo scorso dicembre ha ricevuto il premio Sacharov 2016 assieme a Nadia Murad, ha una grande forza. La forza che la spinge a portare in giro per il mondo la storia di soprusi che la sua comunità, quella Yazida, una minoranza dell’Iraq settentrionale, ha subito e sta subendo tuttora da parte dell’«esercito del male».
Ieri, accompagnata anche da Mirza Dinnay membro dello Yazidi Council e fondatore della Ong “Yazidi Bridge”, Lamiya è arrivata a Trieste per raccontare cosa avviene nelle sue terre. Dopo le tappe a Lubiana e in India, e prima di quella dei prossimi giorni a Vienna, la ragazza è stata ieri ospite al palazzo della Regione e poi protagonista di un incontro promosso dalla Fondazione Luchetta e dal Premio giornalistico internazionale Marco Luchetta.
Suoi interlocutori sono stati pure i referenti del progetto “Diamo un futuro agli Yazidi!” finanziato con 200mila euro dalla Regione Fvg e promosso dall’Università di Trieste attraverso il Dipartimento di Scienze della Vita, e sviluppato insieme all’ateneo di Udine.
Un progetto che si rivolge alle donne e ai bambini sfollati nel Kurdistan iracheno che sono stati liberati dagli oppressori dell’Isis, nonché ad altre minoranze e ai rifugiati, e che punta a fornire un sostegno psico-sociale in loco e a realizzare una mappatura del patrimonio storico e culturale distrutto durante l’avanzata di Daesh.
Poi, se il budget sarà sufficiente, «si cercherà di trasferire alcuni giovani in Europa per farli studiare», come hanno aggiunto Matteo Apuzzo e Sara Tesi del servizio Relazioni internazionali della Regione. «Abbiamo ascoltato le voci dei bambini e delle donne - ha raccontato il professor Tiziano Agostini - durante il recente viaggio nel Kurdistan iracheno per capire come avviare questo progetto che durerà un anno e mezzo. Metteremo in campo strumenti di supporto ai bambini per permettere loro un recupero».
Si stima che siano ancora 2500 i piccoli yazidi nelle mani dell’Isis. «Sono schiavi che vengono continuamente venduti nelle aree rimaste sotto il loro controllo» ha dichiarato Aij Bashar. «Quella del popolo yazida è una vera e propria diaspora - ha commentato Mirza Dinnay - nella zona d’origine è rimasta solo la metà della popolazione, circa 500mila cittadini. Dal 2014, il 20% della popolazione è riuscita a scappare in Grecia, nei Paesi balcanici e soprattutto verso la Germania. Gli altri vivono da sfollati interni nei campi di accoglienza del Kurdistan».
La storia di Lamiya Aji Bashar segue un filo rosso terribile. Aveva cercato più volte di scappare dai suoi padroni e nell’ultima fuga si era miracolosamente salvata dall’esplosione di una mina, grazie alla presa in carico e alle cure del centro sociale Jinda a Dohuk, nel Kurdistan iracheno, creato e finanziato dal governo italiano. Ora abita in Germania.
«L’attenzione del mondo è cresciuta e abbiamo aumentato l’attività di sensibilizzazione. Ma l’Europa può e deve fare ancora molto». Ad ascoltarli anche le famiglie yazide ospiti nella sede Fondazione di via Valussi da un anno. «Lavoriamo ogni giorno per aiutare questi bimbi e assieme ai medici del Burlo Garofolo stiamo migliorando le loro condizioni di vita e la loro salute» ha detto la presidente Daniela Luchetta.
Fonte: Il Piccolo