La Turchia assiste a uno scontro tra le forze democratiche e lo stato nascosto
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di Bashir MoussaNafie
Il 25 febbraio scorso, il presidente turco Abdullah Gul ha convocato un incontro senza precedenti fra il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan e il capo di stato maggiore dell’esercito turco, generale İlker Başbuğ.
Al termine dell’incontro a tre, Erdogan si è diretto al parlamento, e nel corso di brevi dichiarazioni alla stampa ha espresso la sua soddisfazione per l’esito della riunione, alludendo al fatto che i tre leader del paese si erano accordati sulla necessità di porre rimedio alla crisi in atto entro i limiti tracciati dalla costituzione.
Nei giorni che avevano preceduto l’incontro, la Turchia era divenuta teatro di una ridda di voci circa un imminente golpe militare. Perciò, sebbene le brevi dichiarazioni di Erdogan abbiano contribuito ad attenuare il pessimismo nel paese, esse non sono state sufficienti a chiarire realmente la sostanza dell’incontro a tre. Perfino coloro che sono convinti che la Turchia non andrà più incontro a golpe militari si aspettavano che il primo ministro avrebbe fatto qualche passo indietro di fronte alle reazioni preoccupate dell’establishment militare, e che egli avrebbe promesso al capo di stato maggiore di trovare una soluzione per salvare gli alti ufficiali arrestati e attualmente sotto processo.
Ma la dichiarazione di Erdogan di fronte al parlamento turco, il giorno successivo, è stata una sorpresa per tutti. Il primo ministro ha annunciato davanti ai deputati del popolo, con una chiarezza e una franchezza senza precedenti, che da questo momento in poi la Turchia non permetterà a cospiratori che complottano a porte chiuse di sfuggire alla giustizia, e che la legge colpirà chiunque attenti alle istituzioni e alla volontà del popolo. Nel frattempo l’autorità giudiziaria portava a termine nuovi arresti di ufficiali accusati di complottare ai danni dello stato e di pianificare azioni sovversive, mentre altri venivano convocati dai giudici perché gli venissero notificate le accuse a loro carico.
Da lungo tempo i turchi conoscono il coraggio del loro primo ministro, tuttavia pochi di loro immaginavano fino a che punto egli si sarebbe spinto per contrastare le forze nascoste che da circa mezzo secolo sono solite decidere i destini del paese senza dover rispondere a nessuno.
Malgrado la notevole escalation di tensione delle ultime settimane, la questione che ha aggravato la crisi dei rapporti fra l’esercito turco, il governo e la giustizia civile non è nuova. L’origine di tutta la questione risale probabilmente alla scoperta, compiuta dagli inquirenti a Istanbul più di due anni fa, di un deposito di armi e munizioni nell’appartamento di un ufficiale turco in uno dei sobborghi della città. Questa scoperta diede l’avvio a quello che è ormai noto in Turchia come il dossier “Ergenekon”, un’organizzazione segreta costituita da militari in servizio ed in pensione, scrittori, giornalisti, magistrati e uomini d’affari, le cui origini risalgono agli anni della Guerra Fredda.
L’organizzazione, che si suppone fosse una delle entità segrete costituite per contrastare la minaccia di un’occupazione della Turchia da parte dell’Unione Sovietica, nell’eventualità di una guerra fra il blocco comunista e la NATO, non fu sciolta dopo la fine della Guerra Fredda. Essa si trasformò invece in un’organizzazione criminale al cui interno si intersecavano gruppi nazionalisti, laici e rivoluzionari che puntavano a preservare lo status quo determinatosi nel paese dopo il golpe del 1960, il quale aveva garantito all’establishment militare ed ai suoi alleati un ruolo effettivo ed occulto all’interno della struttura statale della Turchia.
Secondo indagini che si prevede dureranno ancora a lungo, membri appartenenti all’organizzazione Ergenekon avevano pianificato negli ultimi vent’anni un numero imprecisato di attentati contro personalità considerate dall’organizzazione come una minaccia all’unità della Turchia ed al suo regime nazionalista. Essi avrebbero anche contribuito a perseguitare e uccidere decine, e forse centinaia, di attivisti turchi e di persone accusate di sostenere il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).
Alcuni mesi fa, le indagini sulle attività di Ergenekon avevano fatto giungere i magistrati inquirenti ai nomi di ufficiali dell’esercito e di responsabili dell’establishment militare. Per proseguire le indagini, è stato necessario che il primo ministro chiedesse al capo di stato maggiore dell’esercito, nel corso di uno dei loro incontri settimanali, di permettere che i sostituti procuratori entrassero nel “sancta sanctorum” dello stato maggiore dell’esercito, la stanza nella quale sono custoditi i segreti più delicati dell’establishment militare, nella quale nessun funzionario civile era mai entrato in passato.
Le indagini nella “stanza dei segreti” dell’esercito hanno portato gli inquirenti a scoprire un piano di golpe militare preparato da una squadra di ufficiali dopo la vittoria del partito “Giustizia e Sviluppo” alle elezioni della fine del 2002. Il piano comprendeva alcune mosse che gli ufficiali golpisti avrebbero attuato per aprire la strada al golpe, fra cui quella di provocare combattimenti limitati con l’esercito greco nella regione del Mar di Marmara, e quella di piazzare ordigni esplosivi in alcune delle principali moschee di Istanbul durante la preghiera del venerdì. La scoperta di questo complotto criminale contro un governo democraticamente eletto, avvenuta all’interno della sede centrale dello stato maggiore dell’esercito, ha portato a una nuova ondata di arresti che hanno riguardato, fra gli altri, alcuni alti ufficiali in pensione, ed in particolare l’ex comandante dell’aeronautica, l’ex comandante della marina, e l’ex comandante del 1° gruppo dell’esercito, oltre che alcuni ufficiali in servizio.
Dopo il colpo di stato del 1960, la Turchia ha assistito a una serie di golpe militari diretti o indiretti, e nessuno degli ufficiali golpisti è mai stato processato. Convocare degli alti esponenti dell’esercito davanti ai giudici per rispondere dell’accusa di tentato colpo di stato rientrava nel regno della pura fantasia. Ed è questo che ha suscitato le aspre reazioni degli ambienti che sostengono lo status quo e di coloro che hanno avvertito la determinazione del governo Erdogan di riformare lo stato turco una volta per tutte.
Il generale Başbuğ, che prima di essere nominato capo di stato maggiore era comandante delle forze di terra, vanta una brillante carriera militare e gode di grande popolarità negli ambienti dell’esercito. Egli è noto per essere uno dei generali più politicizzati, e fra quelli maggiormente in grado di valutare la situazione. Non vi è alcuna prova diretta o indiretta, almeno fino a questo momento, che il generale abbia qualche legame con gli ambienti golpisti nell’esercito. Egli deve far fronte a una situazione estremamente difficile e delicata, che nessun capo di stato maggiore turco aveva mai dovuto affrontare dai tempi della fondazione della Repubblica. Da un lato, il costante ampliamento delle indagini legate ad Ergenekon ha fornito ad alcuni ambienti liberali ed islamici, ostili all’influenza politica dell’esercito ed alla sua lunga tradizione di controllo occulto degli affari dello stato, l’occasione per attaccare l’establishment militare e tentare di ricondurlo entro i limiti della costituzione una volta per tutte. Dall’altro, la carica ricoperta dal generale Başbuğ gli impone di difendere l’onore dell’esercito e di mantenerne alto il morale, tanto più che alcuni dei sospettati furono suoi colleghi, che lo avevano conosciuto personalmente e con i quali aveva lavorato per lunghi anni.
Il generale si rende conto, naturalmente, che le indagini in corso non sono semplici invenzioni per danneggiare l’esercito, e che le prove fornite dagli inquirenti rappresentano accuse estremamente gravi. E’ probabile che Başbuğ e la gran parte degli attuali vertici dell’esercito si convinceranno che la Turchia si è ormai lasciata alle spalle l’era dei golpe militari, e che un tentativo di colpo di stato ai danni di un governo democraticamente eletto, che ha ottenuto una serie impressionante di successi in materia di economia e di politica estera, andrebbe incontro ad un’opposizione diffusa da parte di tutte le fasce popolari turche, e potrebbe risolversi in una catastrofe per la Turchia e per lo stato repubblicano.
In una situazione così difficile e complessa, al capo di stato maggiore forse non resta che accettare la volontà e la determinazione del primo ministro di ricostruire lo stato turco, fidandosi della buona fede di quest’ultimo, tanto più che nessun indizio lascia presupporre un’ingerenza del governo Erdogan negli ambienti della giustizia o nell’andamento delle indagini.
D’altra parte, coloro che sono vicini al primo ministro affermano che questa questione gli ha causato molte preoccupazioni negli ultimi due anni. Erdogan crede che l’esercito turco sia in definitiva l’esercito del popolo, e non l’esercito di una manciata di generali cospiratori autoproclamatisi guardiani dello stato e del popolo. Egli ritiene che uno stato forte, uno stato che ambisce a giocare un ruolo importante a livello regionale e mondiale, necessiti di un esercito forte. Ma egli è anche convinto che le ingerenze dell’esercito negli affari politici dello stato, nel corso dell’ultimo mezzo secolo, abbiano causato innumerevoli catastrofi allo stato ed all’esercito stesso, e che sia dunque giunto il momento di rafforzare la democrazia turca e di porre fine al dominio occulto e illegale dell’esercito nelle questioni legate al governo del paese. Non è un segreto ormai che, quanto più le indagini si sono avvicinate ad ambienti e questioni della massima delicatezza, tanto più si è rafforzata la determinazione del primo ministro a portare avanti il suo progetto di riforma.
E’ opinione diffusa, tra gli osservatori delle questioni turche, che l’esercito non avesse sempre bisogno di ricorrere ad un golpe militare per rovesciare un governo e insediarne un altro. In alcune occasioni, era sufficiente all’esercito incaricare uno dei suoi colonnelli di telefonare a qualche giornalista, chiedendogli di pubblicare un articolo scritto con un certo linguaggio. La semplice apparizione di un articolo di questo genere sui giornali del giorno successivo obbligava il primo ministro a presentare le sue dimissioni entro la sera stessa. L’era in cui cose del genere erano possibili probabilmente sta per finire.
Bashir Moussa Nafie è uno storico ed editorialista palestinese; scrive abitualmente sul quotidiano al-Quds al-Arabi
Fonte:madarabnews e da
Ultimo aggiornamento ( Sabato 13 Marzo 2010 18:45 )
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